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186/377: Sedini

ISPIRAZIONE

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Oggi viaggio in salita per un po’, fino arrivare ad un verde altopiano pieno di pale eoliche. Il tempo è finalmente migliorato, qualche nuvola sparsa macchia ancora il cielo, e la temperatura è salita.

Poco prima di entrare in paese mi raggiunge Paola, che mi ospiterà a casa della sua famiglia. Lascio bici e bagagli, conosco i genitori Vanni e Rita, e le due cagnoline Vinca e Penny, e dopo un caffè io e Paola ci mettiamo in macchina per iniziare la visita del territorio.

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Ci dirigiamo verso la frazione di Lu Littogheddu e saliti lungo una ripida strada arriviamo alla pista di decollo dei parapendio. Da qui ci si lancia verso la piana sottostante, in direzione delle colline attorno a Castelsardo e del mare. Riesco ad avvicinarmi al bordo, la vista è incredibile.

Da qui ci spostiamo per andare a visitare la bellissima cascata chiamata Pilchina di li Caaddaggi, immersa nel verde di un bosco, dove il nostro arrivo salva la vita ad una biscia che stava venendo attaccata da un rapace che scappa non appena ci sente.

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Passiamo poi per la chiesa di San Pancrazio, su una collina, e dalle pietre bicolori, calcare bianco e trachite rossa, purtroppo inagibile perché doppiamente danneggiata, prima da un fulmine negli anni Novanta e poi da una tromba d’aria. Proseguiamo verso Lu Padru dove visitiamo l’omonimo nuraghe detto anche ‘bianco’ perché fatto interamente di roccia calcarea. Qui accanto si trova un profondo canyon tra i calcari che però non riusciamo a raggiungere a causa dell’alta vegetazione.

Dopo un buon pranzo a casa di Paola, e un veloce pisolino, ci rimettiamo in macchina per visitare il paese. Paola mi spiega che esisteva un villaggio in località Spelunca, poco più in basso verso il Rio Silanis, un affluente del Coghinas, e che probabilmente venne abbandonato nel ‘600 durante una pestilenza. Sedini nacque più su, incastonato tra le due colline calcaree di Maglina e Lu Padru. Molte case sono state costruite sulla roccia calcarea, alcune addirittura dentro!

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Costeggiamo la piazza e il piccolo parco del monumento ai caduti, dove si affacciano case sulla roccia, e arriviamo all’imponente domus de janas, proprio sulla via principale, scavata in un blocco calcareo enorme e fortemente antropizzata in epoche successive. Si possono vedere infatti muri che la chiudono, e finestre. Questi spazi infatti furono abitazioni vere e proprie, e abitati per gran parte del ‘900. Qui è poi nato il Museo Etnografico, che visitiamo, dove son ricostruiti i vari ambienti delle grotte come dovevano essere un tempo. Nella parte bassa invece sono state mantenute le camere di sepoltura originali. Non lontano da qui si trova anche un luogo che mi hanno consigliato di vedere, il Giardino Incantato, un luogo che raccoglie opere del pittore e scultore Paolino Sanna, ormai deceduto. Purtroppo non riusciamo a trovare la vedova, per farci aprire il luogo, motivo per ritornare a Sedini!

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Da qui, salendo una scalinata tra le rocce, arriviamo alla bella piazzetta della Mola, così chiamata perché un tempo veniva portato qui il grano per essere macinato. Passeggiamo per il bel centro storico, dove le vie sono chiamate ‘Carrela’ e nelle quali si trova qualche bella palazzina storica, oltre a vecchie casette ristrutturate. Visitiamo la parrocchia di Sant’Andrea e poi la chiesa del Rosario dove restaurando le pareti sono venuti fuori degli affreschi del ‘600. Siamo nel quartiere di Cabucossu, il più vecchio, e proprio accanto al bordo calcareo della collina.

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L’ultima tappa di questa ricca giornata è nella vallata del Rio Silanis. Poco distante dal fiume sorgeva la chiesa di San Nicola, di cui oggi rimangono in parte le mura tutte in calcare bianco, l’abside e parte della facciata. L’interno è molto suggestivo, scoperchiato e dunque ben illuminato, con i resti delle colonne. Da questo punto tra l’altro di vede anche l’inizio del canyon, bordeggiato dai calcari.

Concludiamo la serata in compagnia della famiglia di Paola, cagnoline incluse, con una cena buona quanto il pranzo e un nocino e un mirto fatti da Vanni, che mi fanno prender sonno all’istante!

 

FRAMMENTI SONORI

In arrivo…

 

BREVI NOVELLE SARDE

Mentre io e Paola passeggiamo tra le strade del centro e poi tra le campagne, e io cerco di fotografare luoghi, scorci, paesaggi, le esterno alcune difficoltà nel fare foto perfette. C’è sempre una macchina parcheggiata che taglia la facciata di una chiesa, un bel portale, oppure dei segnali stradali appesi ad un muro, o addirittura a facciate di chiese, pali della luce che intralciano la vista, e cavi, cavi ovunque. Poi ci sono le cose interessanti inserite in situazioni di degrado, erbacce, rifiuti, edilizia non finita o ruderi. Allora Paola mi accenna al terzo paesaggio, concetto che non conoscevo e su cui ho appena fatto qualche ricerca.

In Sardegna abbiamo paesaggi naturali fantastici, incredibili, spesso senza alcuna traccia di antropizzazione, per chilometri e chilometri. Poi ci sono i paesaggi antropizzati, ed ecco che entrano in gioco i concetti di primo paesaggio, aree naturali gestite dall’uomo, come i boschi gestiti qui da Forestas, il secondo paesaggio, ovvero le zone coltivate e tutti gli ambienti creati e modellati dall’uomo, ed infine il terzo paesaggio, teorizzato dal francese Gilles Clément, aree inutilizzate, disordinate, abbandonate, degradate, come scarpate ferroviarie, cantieri abbandonati, discariche dismesse. Unica nota positiva del terzo paesaggio è la presenza di una straordinaria biodiversità, che noi vediamo come erbacce, insetti ma in realtà tante varietà di specie vegetali e animali.

Insomma, fare foto perfette, tra terzo paesaggio e poca sensibilità estetica, anche in molti centri storici, è difficile, e quando si riesce, spesso accanto si trova qualcosa di meno bello non inquadrato. O al massimo c’è una fantastica app chiamata Retouch che uso spesso per rimuovere i cavi che troppo spesso attraversano l’inquadratura della facciata di un palazzo o di una chiesa. Ma ha senso cercare di fare foto perfette?