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213/377: Ittireddu

ISPIRAZIONE

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Attraverso la pianura sotto il sole cocente, mi sembra davvero di stare in Africa, in mezzo ai campi gialli, e arrivo a Ittireddu dove mi incontra Vittorio che insieme a Mariantonietta e a Lucia gestisce l’albergo diffuso Monte Ruju, una bellissima casa antica ristrutturata in un suggestivo vicolo del centro storico dove sarò ospite stanotte. Una volta sistemate le mie cose mi dirigo in Comune, dove sono accolto dai giovanissimi ragazzi del Servizio Civile, Sara, Chiara, ancora Chiara, Gianmichele, Giovanni, ancora Giovanni (meno nomi da ricordare!).

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Iniziamo il nostro giro nel paesino ai piedi del Monte Ruju. Tutta la zona era costellata di vulcani di cui rimangono evidenti tracce nella morfologia del territorio. Camminiamo fino alla bella chiesetta bizantina di Santa Croce, e ai bordi del paese arriviamo fino ai piedi del Monte Lisiri, quello che qui chiamano “il vulcano”, una collina scavata, cava di pietra pomice, roccia vulcanica scurissima a gradoni. Uno scenario molto suggestivo, con questo caldo davvero sembra di essere sul bordo di un vulcano. Rientrati in centro visitiamo la chiesa parrocchiale di Nostra Signora di Intermontes, che contiene importanti sculture di Giuseppe Sartorio (che ha realizzato anche il pulpito) e un bel retablo.

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Da qui passeggiamo per le stradine ed arriviamo alla casa museo di Elio, un gentile signore che ci fa visitare questa casa storica ricca foto e oggetti del passato, incluso un bel calessino all’ingresso. Usciti da qui camminiamo fino a fuori paese, passando i ruderi della chiesa di Sant’Elena per arrivare ad un bellissimo sito di domus de janas, la necropoli di Partulesi. C’è molto caldo e siamo in pochi che ci avventuriamo tra la vegetazione e scaliamo il costone per arrivare agli ingressi delle sepolture. Ne vale la pena, non solo per la bellezza del sito ma anche perché da quassù si gode di una bellissima vista sul territorio, il Monte Ruju e il Monte Zuighe (ai piedi del quale ero già stato nella mia giornata di Ozieri) fino ai monti di Pattada e del Goceano.

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Rientrati in centro, ci resta da visitare il Museo Archeologico ed Etnografico, proprio accanto al Comune. Qui i ragazzi del servizio civile mi illustrano i reperti provenienti dai siti archeologici del territorio, quelli pre-nuragici provenienti dal vecchio villaggio di Lavrudu, incluso un menhir, quelli nuragici del Nuraghe Funtana e reperti romani e medioevali. Un’altra sezione del museo invece è dedicata agli oggetti etnografici.

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È ormai ora di pranzo e vengo accompagnato fuori paese, all’agriturismo Sa E’ Padedda, su una collina da dove ammiro tutto il territorio. Qui, dopo aver fatto un bagno in piscina per rinfrescare corpo e cervello, mangio benissimo, forse troppo, visto il caldo. Vengo raggiunto subito dopo dal Sindaco Franco che mi porta un po’ in giro per il territorio. Franco è un archeologo esperto e sono contento che sia lui a portarmi a vedere i resti di un bel ponte romano sul Rio Mannu, il Ponte ‘etzu, in origine a tre arcate di cui ora ne rimangono sole due. Franco mi parla anche dei suoi studi e lavori inerenti il periodo nuragico, e di una mostra che ha curato e che certamente vedrò tra qualche giorno quando arriverò a Torralba.

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Rientrati in paese mi ritiro nella mia stanza al Monte Ruju per fare un po’ di lavoro, e in tarda serata rincontro i ragazzi dell’albergo prima per un aperitivo al bar (per me analcolico) e poi per un panino all’aperto, proprio fuori dal campo da calcetto dove si sta svolgendo una partita. L’atmosfera è gioiosa, Vittorio mi perla dei progetti che hanno in mente per la cooperativa e continua a volermi offrire birra, ma dopo la giornata di ieri non posso accettare e bevo solo acqua! La luce cala sul paese, e tornando verso l’alloggio mi fermo ad ammirare un paio di interessanti murales in una piazzetta, godendomi la frescura della sera e sperando che giugno riservi anche qualche giornata piovosa o per lo meno più fresca.

 

FRAMMENTI SONORI

In arrivo…

 

BREVI NOVELLE SARDE

Ittireddu diede i natali a Gavino Cherchi, insegnante e scrittore che alla vigilia della liberazione nel 1945 venne trucidato sulle rive del Po in Emilia Romagna. Di lui e delle altre persone che con lui persero la vita non vennero mai ritrovati i corpi. Qualche anno fa, per ricordare questa figura, andò in scena, proprio all’interno del vulcano spento di Monte Lisiri, lo spettacolo teatrale “Il Vento – Storia di Gavino Cherchi e altri dispersi”, messo su dalla compagnia teatrale sassarese Theatre en vol. La regista Maria Paola Cordella si è basata sul racconto “Il viaggio più lungo” della nipote del partigiano, Gavina Cherchi, che racconta questa oscura vicenda. Come raccontano Theatre en vol, “lo spettacolo narra una storia strettamente legata ai temi della libertà di pensiero ed espressione, della solidarietà e della democrazia” e l’intento era quello di colpire le emozioni degli spettatori. E ciò sembra confermato da quello che ci riporta Maria Vittoria nel suo blog flaniereninsardegna.com: “oltre alla potenza simbolica e umana del racconto, l’idea che questo fosse all’interno di un vulcano, che ci fossero fantastici giochi di luce e di suoni, ha reso l’esperienza profondamente preziosa”.